(Extra)Ordinary

DRIIIIIIIIIN

«Che palle, è già lunedì» dico alzandomi e stropicciandomi gli occhi, mentre spengo la sveglia che continua a suonare insistentemente. Recupero un paio di jeans e una felpa dall’enorme mucchio di vestiti che giace da tempo immemorabile sulla mia scrivania, infilo un paio di libri a caso nello zaino ed esco da camera.
Ecco il corridoio. In fondo vedo brillare una pallida luce: la cucina. Bene, è ora di entrare in azione. A destra ho la camera da letto dei miei genitori e, più avanti, quella di mio fratello, mentre a sinistra c’è quella di mia sorella. Comincio ad avanzare cautamente nell’oscurità, cercando a tentoni i giocattoli che Gio potrebbe aver disseminato lungo il mio percorso, quatto quatto come un grosso felino. Ormai il mio obbiettivo è sempre più vicino: la luce si fa più chiara, e comincio addirittura ad intravedere il nostro tavolo bianco, quando…

CRASHHHHH

Caccio un urlo, mentre mi afferro il piede che ha urtato la cassettiera, facendo cadere quello stupidissimo vaso di magnolie rosse che alla mamma piacciono tanto, e comincio a saltellare sul posto. Schegge di coccio volano ovunque, mentre un grido prolungato parte della camera di Gio e mia sorella comincia ad imprecare ad alta voce.
Mia mamma schizza fuori da camera sua, in vestaglia e pantofole, coi ricci biondi raccolti in una disordinata crocchia, e corre dentro quella di mio fratello, lanciandomi un’occhiata torva. Le faccio un debole sorriso, poi mi giro e decido di levarmi di torno il più presto possibile, prima che lei abbia sistemato lui e possa scatenare la sua ira su di me.
Mi lascio il chiasso di casa mia alle spalle, mentre mi avvio tranquillo verso la Prigione: il luogo in cui un sacco di ragazzi della mia età vengono rinchiusi, molto spesso innocenti, e costretti a subire terribili torture. Di solito la chiamano Scuola, ma io trovo che questo nome sia più calzante. Comunque, dicevo, cammino serenamente per la strada, guardando attentamente ogni persona che mi passa davanti.
Chissà cosa sta pensando quel signore laggiù; sarà sposato? Avrà figli? Sarà ricco o povero? Sarà felice?
Forse sono pazzo, ma mi piace inventare una storia per ognuno di quelli che incontrano; una storia, bella, brutta, felice o triste, che giustifica tutto quello che sono ora: il loro aspetto, i loro comportamenti, il loro carattere.
Entro da Anthony’s Bakery, ordino una brioche alla marmellata di more ed un cappuccino e mi siedo su uno degli alti sgabelli vicino al bancone, consumando in silenzio la mia colazione. Do un rapido sguardo all’orologio: sono le 7 e mezzo; forse è il caso di muovermi se non voglio un rapporto.
Ha cominciato a piovere. Grosse gocce d’acqua mi cadono addosso e scivolano lungo il mio giubbotto, ma non ho nessun ombrello con cui coprirmi. Affretto il passo, e tiro un sospiro di sollievo quando comincia a delinearsi un’imponente sagoma scura: sono arrivato alla Prigione.
Salgo la breve scalinata di marmo, faccio un profondo respiro ed entro.
Dentro il corridoio c’è un brusco aumento della temperatura: sono qua da pochi secondi e già mi sento soffocare, ho bisogno di togliermi il giubbotto. Sento persone che mi urtano, spingendo insistentemente in avanti. Mi lascio trascinare dalla marea di ragazzi che sciamano verso le aule, fino ad arrivare davanti alla mia: mi fermo di scatto, mentre decine di corpi continuano ad urtarmi a destra e a sinistra, e faccio il mio ingresso nella stanza. In fondo, nell’ultima coppia di banchi, vedo Amy che mi saluta sorridendo. Mi avvicino e sprofondo sulla sedia accanto a lei, che mi lancia uno sguardo a metà tra il divertito e l’esasperato. Oggi ha gli occhi grigi, proprio come le nuvole che coprono il Sole. E le stanno così bene. Oh, Dio, se le stanno bene. Quegli occhi mi fanno impazzire, la rendono così trasparente e misteriosa allo stesso tempo. Una piccola fossetta le spunta sulla guancia destra, mentre si lega i lunghi capelli castani in una morbida treccia; quando nota la mia espressione imbambolata, alza un sopracciglio e poi scoppia a ridere, contagiando anche me. In sedici anni di vita sono cambiate tante cose, ma non la nostra amicizia: è sempre stata così. Semplice, genuina, perfetta. Insieme abbiamo riso, pianto, ci siamo consolati a vicenda e ci siamo sempre stati l’una per l’altro.
Ma poter ridere tranquillamente con Amy a scuola sarebbe stato troppo bello per essere vero: mi sono distratto un attimo, e Lui è arrivato di soppiatto alle mie spalle.
«Ehi finocchio, come va?».
«Io sto benissimo, grazie, Tyler» rispondo, alzando gli occhi al cielo. L’anno prima, quando ha cominciato a prendermi in giro, sono stato mesi e mesi a piangere di nascosto. Mi faceva sentire diverso, sbagliato. Lui ed i suoi sciocchi amichetti.
In quel periodo mi sono un po’ rinchiuso in me stesso, ho smesso di mangiare e ho rischiato davvero di essere ricoverato all’ospedale, ma ho anche letto un sacco.
Leggere aiuta. Sviluppa l’intelligenza, la creatività, la cultura, l’empatia. Abbatte dei pregiudizi che, a volte, sono alla base della società, e fa capire fino in fondo la vita in tutte le sue sfumature.
E, leggendo, mi sono reso conto di essere stufo di rimanerci sempre male per le offese di quegli idioti. Insomma, ho cominciato, all’inizio facendo molta fatica, a sorridergli ironicamente quando mi dicevano qualcosa. Loro hanno continuato, e lo fanno tutt’ora, ma non mi fa più male. Né caldo, né freddo. Anzi, forse non è proprio giusto dire così: mi fa piacere. Perché più sento loro che mi offendono, e più io sono orgoglioso di essere diverso. Se essere “normale” vuol dire essere un mostro, una persona che vive una vita fatta di pregiudizi e disprezzo verso gli altri, allora no, grazie, rimango gay.

Attenzione! Ovviamente non si intende che tutte le persone che non fanno parte della LGBT+ siano omofobe, semplicemente che ci si dovrebbe sforzare un po’ di più per mettersi nei panni degli altri e smetterla di giudicare le persone per il loro orientamento sessuale! E, fortunatamente, qualcuno lo fa già.

Foto di copertina: profilo Instagram @lgbt

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